L’altra Austen. 4: Sanditon

blog01012010Un paesino sulla costa; un intraprendente ed entusiasta imprenditore, in fin dei conti anche simpatico, che sogna di farlo diventare una località alla moda e di attirare frotte di turisti; una ricca nobildonna, meno entusiasta e più attenta al tornaconto economico, che si associa all’imprenditore, ma con giudizio; sorelle e fratelli dell’imprenditore che cercano, ciascuno come può, di aiutare il fratello nell’impresa. E poi, naturalmente, alcuni giovani pronti per l’innamoramento: il romantico un po’ sopra le righe, la ragazza giudiziosa, un’altra ragazza un po’ misteriosa, un’altra ancora che cerca di ingraziarsi la ricca zia. Questo è lo scenario iniziale di Sanditon, l’ultimo romanzo di Jane Austen.

Solo che non sapremo mai come va a finire, perché, iniziato a gennaio del 1817, fu poco dopo abbandonato per l’aggravarsi della malattia dell’autrice, che morì pochi mesi dopo, il 18 luglio 1817. Ci restano dodici capitoli (un’ottantina di pagine) che riservano comunque delle sorprese.

Dopo un romanzo ricco di introspezione come Persuasione, dove la vena parodica austeniana resta viva ma è come se fosse messa un po’ in sordina, qui sembra di tornare alla Austen più esuberante dei romanzi precedenti, con in più un’insolita attenzione a un fenomeno come quello della speculazione edilizia che ora ci sembra familiare, ma all’epoca strideva con la concezione del “gentiluomo che è tale perché non ha bisogno di lavorare”, anche se di speculatori, edilizi e non, ce n’erano molti anche nell’Inghilterra di primo Ottocento. Un tuffo in un territorio che la Austen non aveva mai esplorato e può far immaginare, ma ovviamente è solo un’ipotesi, che se le fossero stati concessi altri anni di scrittura avremmo potuto vedere sviluppi imprevisti nei suoi romanzi.

Ma dobbiamo per forza accontentarci di quello che c’è; se si supera la delusione dell’incompiutezza, Sanditon ha un fascino particolare e la lettura non delude chi ha amato i sei “romanzi canonici”.

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L’altra Austen. 3: I Watson

Pblog22122009erché Jane Austen lasciò incompiuto I Watson? perché la sua vita somigliava troppo a quella delle sorelle Watson? perché era distratta dai divertimenti di Bath? perché non le piaceva più? perché morì il padre e aveva altro a cui pensare? Nessuno lo sa. Ma è un frammento che vale la pena di leggere, e magari la voglia aumenta leggendo quello che ne scrisse Virginia Woolf:

Quali ne sono le componenti? Un ballo in una città di provincia; alcune coppie che si incontrano e si tengono per mano in una sala dove si mangia e si beve un po’; e, come “catastrofe”, un ragazzo che viene umiliato da una signorina e trattato con bontà da un’altra. Nessuna tragedia, nessun eroismo. Eppure, per qualche motivo, la scenetta ci commuove in modo del tutto sproporzionato all’apparente banalità. Il comportamento di Emma nella sala da ballo ci ha permesso di capire quanto riguardosa, tenera e spinta da sentimenti sinceri si sarebbe rivelata nelle crisi più gravi della vita che inevitabilmente, mentre la seguiamo, si dispiegano ai nostri occhi. Jane Austen padroneggia un’emozione molto più profonda di quanto non emerga in superficie. Ci stimola a fornire quel che manca. Lei pare offrire solo un’inezia che però si espande nella mente del lettore arricchendo certe scene a prima vista insignificanti di una vitalità quanto mai duratura.

C’è una frase che per me è particolarmente rivelatrice: “Jane Austen padroneggia un’emozione molto più profonda di quanto non emerga in superficie.” Una considerazione che può essere tranquillamente estesa ai suoi romanzi più famosi.

Un’altra frase (che è conseguente a quella che ho trascritto prima): “Eppure, per qualche motivo, la scenetta ci commuove in modo del tutto sproporzionato all’apparente banalità.” me ne ha ricordata una molto simile di Harold Bloom su Emily Dickinson: “Non c’è banalità che sopravviva alla sue prese di possesso”.

<Il brano è tratto da: Virginia Woolf, “Jane Austen”, in Il lettore comune, trad. di Daniela Guglielmino, il melangolo, Genova, 1995, vol. I, pagg. 156-57.

La frase di Bloom su Emily Dickinson da: Harold Bloom, Il canone occidentale, trad. di Francesco Saba Sardi, Bompiani, Milano, 2000, pag. 261.

L’altra Austen. 2: Lady Susan

blog15122009Lady Susan è un breve romanzo epistolare, scritto intorno agli anni 1794/95 da una Jane Austen non ancora ventenne. La prima cosa che salta agli occhi leggendolo è la particolarità di un’eroina assolutamente “negativa”, un unicum nell’opera austeniana, che, a parte qualche personaggio nei brevi pezzi degli Juvenilia, riserva questo ruolo solo ai comprimari, che lo recitano in funzione alternativa alle doti positive delle eroine dei romanzi canonici oppure funzionale alla loro “crescita” (Willoughby-Marianne, Wickham-Elizabeth, il gen. Tilney-Catherine, Mrs. Norris/Henry Crawford-Fanny, Frank Churchill/Emma, Willliam Elliot/Anne).

In più, Lady Susan rivendica in modo assolutamente privo di qualsiasi remora morale, in particolare nelle lettere all’amica Alicia Johnson, il proprio diritto a dar libero corso alle proprie voglie, che si tratti di sedurre il marito di un’amica, un possibile corteggiatore della figlia di costui, il fratello della cognata, e, infine, il ricco sciocco rifiutato dalla figlia, o di accattivarsi le simpatie di chi, in un modo o nell’altro, può tornarle utile.

Nei confronti poi della timida figlia Frederica l’amore materno di Lady Susan si rivela in tutta la sua pienezza: “e se questa figlia non fosse la più grande babbea sulla faccia della terra…”,  “È una tagazza stupida e priva di qualsiasi attrattiva.”, “Ma ora basta con questa ragazza seccante.”

I brani più belli sono proprio quelli in cui Lady Susan racconta all’amica le sue macchinazioni, i suoi languidi sospiri per accattivarsi la spalla di turno, scritti con una tale abilità e sicurezza che il lettore non può fare a meno di ammirare il talento di una “cattiva” così affascinante e, sotto sotto, di restarne abbindolato anche lui.

Anche in questo breve romanzo giovanile, la Austen è maestra nell’arte della parodia, nel rovesciare le convenzioni e nel mostrarle a nudo; poi, nei romanzi canonici, attenuerà i toni, la parodia diventerà, relativamente, meno scoperta e, di conseguenza, forse più efficace, ma il gusto del rovesciamento, qui come negli Juvenilia, brilla in modo giocosamento scoperto e irresistibile.

 

L’altra Austen. 1: Juvenilia

blog12122009Gli scritti giovanili di Jane Austen, conosciuti come Juvenilia, furono scritti approssimativamente dal 1787 al 1793, ovvero quando l’autrice aveva dai dodici ai diciassette anni. Sono conservati in volumi manoscritti contrassegnati da tre titoli pomposamente ironici: “Volume the First”, “Volume the Second” e “Volume the Third”, con un giocoso richiamo alla moda del tempo, che prevedeva in genere la pubblicazione dei romanzi in tre volumi (come avvenne per i quattro romanzi di Jane Austen pubblicati durante la sua vita: Sense and Sensibility, Pride and Prejudice, Mansfield Park e Emma).

Sono brani molto diversi l’uno dall’altro, a partire dalla lunghezza: si va dalla mezza pagina scarsa di Un frammento – scritto per inculcare l’esercizio della Virtù, alle oltre quaranta di Catharine, ovvero la pergola. Anche i generi sono molto diversi: frammenti di racconti, romanzi brevi, romanzi epistolari, saggi storici, pezzi teatrali, versi. Ciò che li accomuna è la vivace fantasia di una ragazzina che si diverte a giocare con le proprie letture, con un’ironia e un gusto per la parodia che matureranno poi nei cosiddetti “romanzi canonici”. Qui queste qualità sono allo stato puro, la piccola Jane non si preoccupa troppo dell’ortografia e della sintassi, sembra quasi correre sulle pagine come una bambina, e poi un’adolescente, che si diverta a smontare e rimontare a proprio piacimento i giochi che la appassionavano tanto: la lettura dei romanzi e la messa in scena in famiglia di lavori teatrali adattati alle capacità di figli e parenti degli Austen.

I tre volumi manoscritti rimasero alla sorella Cassandra e dopo la sua morte, nel 1845, passarono a tre diversi componenti della famiglia: il primo al fratello Charles, il secondo al fratello Frank e il terzo al nipote James Edward Austen-Leigh, figlio di James. Ora il primo volume è alla Bodleian Library di Oxford e gli altri due alla British Library. La fama crescente di Jane Austen può essere misurata anche dal prezzo pagato dalle due biblioteche per i diversi volumi, acquisiti dal 1932 al 1988: volume I, 1932, 75 sterline; volume II, 1977, 40.000 sterline; volume III, 1988, 120.000 sterline. Peter Sabor, nell’introduzione all’edizione critica degli Juvenilia, commenta così: “Anche considerando l’inflazione, si tratta di un incremento spettacolare. Per averne un’idea, si confronti il fattore di inflazione dal 1932 al 1988, pari a circa 26, con quello dell’incremento di prezzo per i manoscritti, pari a 1.600.”

Edizioni austeniane (2)

blog05112009

Nel post precedente sulle edizioni austeniane di Lorenzo Barbera Editore (2 novembre) concludevo con “questa edizione dei romanzi austeniani va presa con le molle.” Ora ho letto le prime cento pagine di Emma (traduzione di Giorgio Borroni) e rettifico: “questa edizione dei romanzi austeniani va assolutamente evitata.” A parte la qualità della traduzione (che dovrebbe essere d’annata visto lo stile di scrittura) ho trovato refusi in quantità, ben al di là della media: in sole cento pagine sono ventisette (magari poi qualcuno mi è anche sfuggito) e, visto che le pagine totali sono 467, non dispero che alla fine si possa arrivare al centinaio.

pag. 7: “Ogni volta che James andrà va a trovare sua figlia,”
pag. 9: “E qualche vi passa per la testa, lo so”
pag. 13: “che non lo avevano mai visto che tanto erano pieni della propria superbia”
pag. 16: “incluse qualche riferimento bella lettera”
pag. 18: “Sotto lo stendardo ti tale parere”
pag. 20: “molto obbligata ala gentilezza”
pag. 22: “le conoscenze che già si era fatta erano non erano degne di lei”
pag. 23: “il fatto di avere a cuore la loro salute gli dispiaceva che essi mangiassero”
pag. 33: “per toglier dalla testa il giovane fattore dalla testa di Harriet”
pag. 35: “e oserei dire e abbia stilato un’ottima lista”
pag. 40: “La percezione di lui a proposito dell’notevole miglioramento”
pag. 48: “e, dopo un po’, si recata a casa”
pag. 55: “il fatto di tenere con loro la ragazza presso di loro il più possibile”
pag. 60: “Nondimeno ero scuro della vostra soddisfazione”
pag. 61: “D’estate con i Marin [Martin] era al culmine della propria contentezza”
pag. 61: “se non fosse stato convinto di n risultarle indifferente”
pag. 63: “avrebbero timore dei delle disgrazie”
pag. 63: “dato che Harriet Smith è una ragazza che prima o si sposerà”
pag. 80: “Isabella non sopportare di non accompagnare il marito”
pag. 81: “gli aveva chiesto così insistentemente di pranzasse con lui”
pag. 82: “diede un’occhiata su Emma e Harriet”
pag. 83: “quasi vicino alla strada quanto era convenente”
pag. 86: “è il male estremo da evi-tare”
pag. 91: “per quella sita troppo breve”
pag. 93: “che trascorresse in un’atmosfera non viziata cordialità”
pag. 95: “e quanto al tenere di poco conto signor Weston”
pag. 100: “per la debolezza di gola di bella [Bella, figlia di John Knightley]”

Edizioni austeniane

blog02112009

Lorenzo Barbera Editore sta pubblicando i sei romanzi austeniani nella collana “Nuovi classici”. La veste è gradevole e il prezzo pure (10 euro). Finora ne sono usciti cinque: manca soltanto Mansfield Park. L’introduzione (uguale per tutte le uscite salvo per la parte finale, dedicata a ciascun romanzo) è di Sara Poledrelli. Ho cominciato a leggere Emma e mi sono imbattuto subito in alcune inesattezze.

Introduzione, pagg. V-VI:

Prova ulteriore di tale suo riserbo è la testimonianza diretta del nipote (figlio del fratello Henry, presso cui risiedeva, a Chawton…/span>

Il nipote di cui si parla è James-Edward Austen (poi Austen-Leigh), che nel 1870 scrisse una biografia della zia. Ma era figlio di James (il primogenito di casa Austen) e non di Henry (che, pur essendosi sposato due volte, non ebbe figli). La residenza di Chawton, poi, non era di Henry, ma apparteneva a un altro fratello: Edward. Quest’ultima notizia è data poi correttamente qualche pagina dopo (XIV):

Un nuovo spostamento avvenne nel 1809, quando, assieme alla madre e all’inseparabile sorella Cassandra, andò a vivere a Chawton, nell’Hampshire, in una tenuta di proprietà del fratello Edward, vedovo con tre figli.

ma con un’altra inesattezza: Edward era vedovo con undici figli, non tre (la moglie, Elizabeth Bridges, era morta l’anno precedente subito dopo la nascita dell’undicesimo figlio, Brook-John).

Pag. VII:

Sappiamo ch’era figlia di George Austen … e di Cassandra Leigh, avvenente figlia di una insegnante di Oxford.

La madre di Jane Austen era figlia del rev. Thomas Leigh, curato a Harpsden, e l’insegnante di Oxford era lo zio, Theophilus Leigh, fratello maggiore del padre.

Pag. VIII:

Dai sei ai dieci anni, Jane e Cassandra ebbero una prima esperienza scolastica quando si trovarono a frequentare la Abbey School, un istituto affatto deludente che indusse il reverendo George a ritirare le figlie, nel 1785, e a curare personalmente la loro formazione di base.

Jane e Cassandra frequentarono la Abbey School dal luglio 1785 al dicembre 1786. La loro prima esperienza scolastica era del 1783, quando andarono a Oxford, nella scuola di Mrs Cawley, che poi si trasferì a Southampton. L’esperienza durò molto poco: da marzo a settembre, quando nella scuola scoppiò un’epidemia di tifo.

Pag. X:

…quando, nel 1797, fu il reverendo Samuel Blackall a chiedere la sua mano: …

Non risulta che il rev. Blackall chiese mai a Jane Austen di sposarlo. In una sua lettera alla sorella del 1798 Jane Austen cita una frase del reverendo in una lettera da lui inviata a Mrs Lefroy, dalla quale si capisce che l’anno precedente c’era stato un interessamento superficiale, ma nulla di più.

Poi prendo Orgoglio e pregiudizio e in copertina leggo: “Traduzione e note di Franca Severini”, informazione che nella pagina del titolo diventa “Traduzione e note di Melania La Russa”, lasciandomi nel dubbio sull’identità della traduttrice. Insomma, questa edizione dei romanzi austeniani va presa con le molle.

 

Miss Bates o Jane Fairfax?

blog19102009

Sto leggento Il prof è sordo di David Lodge (trad. di Rosetta Palazzi e Mary Gislon, Bompiani, 2009) e arrivato a pag. 132 leggo:

La sordità di colei che mi ha fatto da madre è molto leggera, sapete – quasi inesistente. Basta che io alzi la voce, o che ripeta due o tre volte la stessa frase, e lei capisce di sicuro; d’altronde, è abituata alla mia voce,” dice Jane Fairfax in Emma. Con quanta finezza la Austen allude al senso di irritazione e frustrazione, educatamente celato, dei conoscenti costretti a sopportare la ripetizione di ogni osservazione – anche la più banale – in tono sempre crescente, a beneficio della vecchia signorina Bates.

Mi accorgo che la citazione è sbagliata: in Emma queste parole le dice Miss Bates, e si riferisce alla madre, la “signora” Bates (nel cap 19, anche cap. 1 del volume II). Allora vado a vedere che cosa ha scritto Lodge (il titolo originale è Deaf Sentence):

My mother’s deafness is very trifling you see – just nothing at all. By only raising my voice, and saying anything two or three times over, she is sure to hear; but then she is used to my voice,” says Miss Bates in Emma. How subtly Jane Austen hints at the politely disguised frustration and irritation of the company at having to bear the repetition of every banal remark in louder and louder tones for the benefit of old Mrs Bates.

Insomma, l’originale è corretto ma nella traduzione “My mother’s” diventa “di colei che mi ha fatto da madre”, “Miss Bates” diventa “Jane Fairfax” e  “Mrs Bates” diventa “signorina Bates”. Viene il dubbio che il testo sul quale hanno lavorato le traduttrici sia magari una stesura precedente, che poi Lodge, accortosi dell’errore, ha corretto. Ma anche se fosse così, la citazione da un testo così popolare non andava controllata?

 

Refuso longevo

Ho due edizioni della traduzione di Giulio Caprin di Orgoglio e pregiudizio, pubblicata per la prima volta nel 1932: una è del 1957 (Arnoldo Mondadori Editore, con il titolo Orgoglio e prevenzione e i nomi dei personaggi in italiano: Bettina per Lizzy, Don Guglielmo per Sir William, Giovanna per Jane, e così via) e l’altra una ristampa del 2007 negli Oscar Mondadori (con il titolo ormai tradizionale e i nomi riportati alla grafia originale).

         blog28082009a     blog28082009b

 

“Scapolo, si capisce. Un giovanotto con un bel patrimonio; quattro o cinquemila sterline all’anno. Bella casa per le nostre ragazze.”

(1957, pag. 9; 2007, pag. 4).

Andando a vedere l’originale:

“Oh! Single, my dear, to be sure! A single man of large fortune; four or five thousand a year. What a fine thing for our girls!”

si capisce che “casa” è un semplice refuso per “cosa” (il “thing” dell’originale), ma la particolarità di questo refuso è la sua lunghissima resistenza a tutti i potenziali attacchi: dando per scontato che derivi dalla prima edizione del 1932, ha attraversato indenne settantacinque anni, decine di ristampe (nel colophon dell’edizione 2007 se ne contano 41) e almeno una revisione (quella necessaria per modificare tutti i nomi).

Magari alla Mondadori stanno tentando di entrare nel Guiness dei primati.

It is only a novel

blog28122008

“And what are you reading, Miss–?” “Oh! It is only a novel!” replies the young lady, while she lays down her book with affected indifference, or momentary shame. “It is only Cecilia, or Camilla, or Belinda”; or, in short, only some work in which the greatest powers of the mind are displayed, in which the most thorough knowledge of human nature, the happiest delineation of its varieties, the liveliest effusions of wit and humour, are conveyed to the world in the best-chosen language.

“E cosa leggete, signorina?”. “Oh, niente, è solo un romanzo!”, replica la giovinetta, mentre depone il libro con affettata indifferenza, o con una momentanea vergogna. “È solo Cecilia, o Camilla, o Belinda“. Vale a dire, è solo un’opera in cui si dispiegano le più alte doti dell’intelletto, e nel linguaggio più squisito viene esposta al mondo la più profonda conoscenza della natura umana, la descrizione più felice della sua varietà, la profusione più vivave di spirito e humor.

Jane Austen, L’abbazia di Northanger, trad. di Linda Gaia, Theoria, Roma, 1997, pagg. 50-51